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Intervista a Giuseppe Corrado – Giugno2013
 a cura di DonatoMargarito
Durantel’estate del 2013, misono recato più volte presso la masseria “Palmieri” e non sono state poche leconversazione che abbiamo avuto, io e Pinuccio, su tanti argomenti d’arte. Ungiorno si è deciso, finalmente, a rilasciarmi una vera e propria intervista, masenza registratore (questa la condizione) e così si è lasciato andare con unapassione straordinaria. Era un fiume in piena ed io a stento riuscivo aprendere qualche appunto. In seguito le risposte sono state da me trascritte(insieme alla domande) sulla base del ricordo, dell’atmosfera dialogica(difficile da dimenticare) e delle rapidissime annotazioni riportate in unquaderno. In un’intervista di questo tipo c’è molta spontaneità (essa, vadetto, manifesta la profonda sincerità del Nostro) e, purtroppo, tantaricostruzione, da parte del critico d’arte. Ho cercato di ridurre al minimo ilsecondo elemento, badando solo alla traduzione e alla grammatica. Ma non so sesono riuscito nell’impresa. E’ stato Pinuccio a volere così, cioè un’intervistaanomala e sui generis. Insomma nienteschemi. Successivamente, la formaconclusiva, così come è stata da me ricostruita, letta da Pinuccio, è stata dalui corretta, integrata e in questa veste accettata. In quest’ultima versione vieneofferta al lettore. Pinuccio è il modo amichevole con cui viene chiamatoGiuseppe Corrado dai suoi amici e dai compaesani. 

 1.Domanda: Il Laboratorio pare essereuna scelta di vita. Quando l’hai compiuta e perché?
Risposta: Si, è una scelta di vita che mi coinvolgepienamente, direi totalmente. L’ho compiuta intorno ai vent’anni. Oggi mi sonotalmente abituato a questo modo di vivere che non saprei vivere in manieradiversa. Se non faccio arte, mi sento un uomo morto. Quando è maturata in mequesta scelta, non è cambiata soltanto la mia vita, ma io stesso sono cambiato.Non mi pento d’averla fatta, anzi sono molto contento. Per me è una specie diprivilegio praticare un mestiere che coincide con le aspirazioni più profondedella mia spiritualità. Per questa ragione è proprio nel Laboratorio che misento in armonia con me stesso. E credimi, in un mondo in cui mi sembra chepredomini la disarmonia, non è cosa da poco questa. Sto parlando di una vitapratica, che occupa l’intera giornata e persino gli istanti: io non potrei maipensarla organizzata al di fuori dell’arte o ignorando i miei impegni creativiche programmo ogni giorno. Tutto questo, però, lo faccio con una talenaturalezza che non me ne accorgo nemmeno.  

2. Domanda: Quale posto hanno la pitturae la scultura nelle tue preferenze artistiche e nella tua concreta attività diLaboratorio? Io ho l’impressione che tu dia maggiore importanza alla scultura.E’ vero? Mi spieghi questo rapporto? 
Risposta: Ho una maggiore inclinazione verso la scultura,questo è evidente, ma non bisogna pensare che l’una sia più importantedell’altra, né che si possa istituire una gerarchia tra entrambe. Pittura escultura sono l’arte e io amo l’arte. Io pratico di più, molto di più, lascultura perché le mie vocazione attitudinali e il mio stile trovano il loro habitat naturale in questa dimensionedell’arte, però in fondo nella poiesi del mio linguaggio scultoreo la pittura ela scultura hanno un rapporto di collaborazione nel senso che io dapprimadisegno i bozzetti e poi li realizzo. Il disegno è figurativo, pittura inqualche modo abbozzata oppure se si vuole un’idea che viene rappresentataattraverso il disegno. Sia chiaro questo disegno, nella fase realizzativa, puòanche essere sottoposto a radicali modifiche oppure a qualche lieveaggiustamento. Questo per dire che il disegno c’è, però non è affattovincolante. Questo significa che, nel processo compositivo, entrambe vivono inuna sinergia creativa e che la scultura ha bisogno preventivamente di un’ideachiara, di un proposito razionale, che solo il disegno è in grado di fornire.La mia inclinazione verso la scultura va spiegata anche con il fatto che misento attratto dalla materia, dai volumi. L’idea della vita porta alla materiasoggetta a pulsazioni, ai corpi  che sitendono nella dinamica, alla durezza che sfida l’ingegno e la forza. Io sentoche tutto questo è vita. Sento che, dando forma alla materia, qualcosa sta ricevendola vita. E io mi sento come un demiurgo.  

3.Domanda: Il tuo Laboratorio è ancheuna micro-impresa. Come fai a conciliare le ragioni dell’arte con quelledell’azienda?
Risposta: Lo faccio ogni giorno, a dire il vero. Debbo farlo. Sonocostretto, in un certo senso, a farlo. E’ una continua sfida perché io cerco,ogni giorno, di trasformare l’attività dell’impresa in attività artistica equesto non è certo facile, anche se nella mia personalità non ci faccio faticaa vivere le due cose come coincidenti. Spesso, però, quando mi telefona ilcommercialista oppure per le tante incombenze burocratiche, io mi debbo fermarenecessariamente sulla dimensione dell’impresa che mi dà tanti grattacapi, maanche il pane giornaliero e questo non devo mai dimenticarlo. Se vuoi sapere laverità, io sono convinto che non ci sono due figure più estranee e lontanedell’artista e dell’imprenditore. Adesso, credo, puoi comprendermi meglio,quando dico di vivere il doppio ruolo come una costrizione. Io mi sento artistae artigiano e basta. Il Laboratorio mi dà soddisfazione, l’impresa mi dàirritazione, però entrambe devono convivere, trovare una giusta mediazione edio, per primo, sono chiamato responsabilmente a costruirla evitando deglierrori che potrebbero costarmi cari. So comunque che anche attraverso l’impresaposso raggiungere quegli obiettivi di utilità sociale che io considero moltoimportanti. Nel mio lavoro, c’è una continuità tra arte, artigianato, impresa esocialità che mi ripaga di tante cose.  

4. Domanda: Alcuni osservatori si sonointeressati della tua produzione artistica. Che cosa ti è rimasto della lororiflessione? Ti aiutano a migliorare il tuo mestiere? 
Risposta: Certamente. La critica degli esperti mi aiuta aprendere consapevolezza della mia attività, a pormi delle domande sul sensodelle opere che faccio, a problematizzare alcuni aspetti tecnici del miolinguaggio scultoreo. Mi piace interagire con le persone competenti e colteperché queste esperienze mi fanno maturare. Questo rapporto mi ha molto aiutatonella fase iniziale per capire meglio il mio stile, il gusto che piano piano sistava formando dentro di me. Avere la coscienza dei propri mezzi espressivi èfondamentale per le conseguenti scelte che si debbono compiere in campoartistico. Insomma dovevo capire me stesso e adeguarmi alla tendenza personale.Riconosco che l’adesione a certi suggerimenti mi ha molto aiutato a farmicomprendere la via che dovevo seguire. Ho ascoltato tante persone come sefossero miei maestri e di loro mi è rimasto qualcosa. Il mio linguaggio si èselezionato, ascoltando gli altri. Quando poi la scelta si è ben consolidata esono entrato nella fase della maturità, i giudizi della critica hannocontinuato ad interessarmi, ma meno. Oramai la mia strada è tracciata e sento, inessa, d’aver raggiunto un livello di autonomia molto elevato.  

5.Domanda: Pensi che ci sia unrapporto antropologico tra il mondo mediterraneo e la lavorazione artistica deimateriali?   
Risposta: Un legame di questo genere è probabile che ci sia.Anzi credo proprio che ci sia. La nostra attitudine a plasmare la materiaattribuendo forme e significato viene da lontano, rimanda ai greci, a queipopoli che hanno saputo realizzare un’architettura rurale e rupestre. Laconservazione nei secoli di questa attitudine forse va spiegata con il fattoche da noi il capitalismo, l’economia di mercato, non sono mai decollati deltutto e la manualità più che la tecnologia di fabbrica è perdurata di più, si èincarnata nei secoli, senza scomparire mai del tutto e anzi molte persone, siapure con un grado di esecuzione tecnica diversa, hanno dovuto fare ricorso allamanualità per sbarcare il lunario. Anche oggi è così per alcuni. A volte essereartisti proviene anche da questa costrizione antropologica. I popoli delle zonefredde hanno, secondo me, una genetica molto diversa dalla nostra che lispinge, non tanto a conservare l’arcaico quanto a mutamenti tecnologicirapidissimi nello svolgimento delle professioni. Noi ancora non ci siamomodernizzati fino a questo punto. Per fortuna, dico io. Nei paesi caldil’antropologia conduce in un’altra direzione.       

6.Domanda: Ti capita qualche volta diparlare con i tuoi amici dell’attività che svolgi? Ti considerano un po’ pazzoper questa scelta o geniale? 
Risposta: Sì, sì, capita spesso e mi dicono l’una e l’altracosa, dipende dagli umori che hanno al momento. Qualche decennio fa questicommenti, nell’uno e nell’altro senso, erano però molto più frequenti. Adessoormai le cose sono fatte e la scelta definitiva. E’ raro dunque incontrarequalcuno che riprenda questo argomento. Anche se succede di tanto in tanto. Lacosa che percepisco di più in loro è il rispetto per quello che faccio, direianche la stima. Ciò vale anche per i miei allievi che sono eccezionali e mivogliono bene. Io vivo molto di intuizioni fulminee e nell’attimo si può esseresia pazzi che geni. E questo non vale solo per me, ma per tutti. Ognuno di noiin un’intuizione fulminea può essere l’una e l’altra cosa e poi ritornare adessere se stesso. Io sono colto molto frequentemente da queste intuizioni ed èper questo che mi sento del tutto inadatto a vivere in un mondo di regole e diobbedienze. Per questo ho deciso di costruirmi un mio mondo.  

7.Domanda: Tra le tante mostre che haiorganizzato, quale ti è rimasta più impressa e perché? 
Risposta: Le mostre che ho organizzato hanno riscosso moltosuccesso. A me sono piaciute tutte, poi ovviamente capisco che il gustopersonale può produrre differenze di giudizio e magari pure qualche appunto.L’artista però deve imparare molto dalle critiche, deve considerarle deicontributi e basta. Guai a chiudersi in se stessi, in un narcisismo malato, aritenersi intoccabili. E’ difficile dire quale sia stata la migliore delle miemostre. Poi ogni mostra ha un risvolto tematico e quindi risponde ad un targetspecifico di persone interessate e competenti. L’intento delle mostre non è enon deve essere mai il successo immediato, bensì quello di farsi conoscere, didiffondere le proprie opere, di entrare in relazione con altri artisti e conl’opinione pubblica. Si aggiunga, inoltre, che per noi meridionali lapromozione di sé è molto difficile, anzi talvolta impossibile. E può anchesuccedere che, per alcuni di noi, il sistema della mercificazione dell’artestenda un velo di oblio, un ingiusto velo di oblio. La selezione la fanno deivertici sulle cui regole opache è lecito nutrire non pochi dubbi. Da quinessuno ci conosce, nessuno ci vede e il marketing è un’impresa riservata a chiha soldi. Anche per questo schifo che grava sull’industria delle arti,scambiando spesso operacce con capolavori, ho preferito da anni ritirarmi nelmio Laboratorio e starmene lontano da certi clamori che sono soltanto merapropaganda.  

8.Domanda: In Francia sei statoindicato, da un’autorevole e seguita associazione culturale, il migliorescultore italiano vivente. Cos’hai da dire in merito? Ti senti davvero ilmigliore? 
Risposta: Sarei un ipocrita se dicessi che mi sentoindifferente a questo premio. Ammetto che un riconoscimento di questa natura, cosìprestigioso, mi ha fatto molto piacere. Non lo nego e anzi mi ripaga di tantecose. Il premio scaturisce da un’accurata selezione, fatta da intenditori edesperti. La cerimonia di premiazione si è svolta a Parigi in presenza di molteautorità del mondo della cultura, dell’arte e della politica. Se sono davveroil migliore? Non devo essere certo io a dire una cosa così impegnativa, io devosolo tacere, devono essere gli altri a dirlo. Se lo dicono, bene, ne sonocontento, se non lo dicono non mi abbatto per questo. Quando ci sono dei premidi mezzo, bisogna sempre considerare lo spessore soggettivo della valutazione.A me fa sempre piacere quando qualcuno sa cogliere pienamente e lo apprezza ilprocesso creativo che mi coinvolge. A volte mi sembra di avere io stesso pauradelle cose che faccio, della brevità di tempo con cui le faccio perché sentodentro di me come un fiume interiore che mi spinge a dominare la materia, un furoreche non riesco a trattenere, in particolare quando l’idea di ciò che debbo fareè chiara e s’incarna nella mano, negli attrezzi che uso, nell’occhio che sembraquasi disciplinare astrattamente la forma che dovrà assumere la materia. Quandole persone le sento vicine a questo slancio vitale che si oggettiva nelle opereche scolpisco, io gioisco e mi sento non il migliore, ma il centro diun’esperienza estetica collettiva. So bene che viviamo in un mondo marcio incui il cosiddetto migliore non è altro che il frutto di una costruzionepubblicitaria, un’operazione di marketing, come si dice adesso, per farequattrini, ma io non appartengono a questo mondo.   

9. Domanda: Parlami della tua pittura.  
Risposta: Nel mio lavoro la pittura finisce per esserepropedeutica alla scultura. Ciò che voglio tradurre in una scultura, prima melo rappresento in un disegno. Peraltro io non dimentico mai di essere unartigiano e, quindi, accetto commissioni tipo ritratti, paesaggi decorativi,nature morte anche arte classica. Non dico no a queste richieste che rientranonella filosofia del pane né sento che esse sminuiscono la mia arte. Tutt’altro.Posso solo dire che la pittura è diventata un’esigenza importante nell’economiadel Laboratorio. L’ho svolta anche con passione, ma ripeto la mia inclinazioneè verso la scultura, anche se nel mio lavoro, lo ripeto c’è una fortecooperazione tra le due attività. Ciò che fa da medium è il disegno e io mi ci dedico con molta attenzione e cura.Tuttavia nella mia produzione pittorica credo che ci siano tante opereapprezzabili. Se posso dare un’indicazione, direi questo: che c’è un travaso diproblematiche dalla scultura alla pittura.   

10.Domanda: Perché sei attratto dalgigantismo della materia e delle opere? Sembra che tu voglia scegliere apposta delleimprese proibitive nel dar forma a una materia scomposta e immensa.   
Risposta: E’ un tratto peculiare della mia personalitàartistica. Spesso mi capita di lavorare sottocosto, pur di avere a che fare condei grossi volumi. Non so ben spiegarmi perché sono attratto dalle formeciclopiche, ma è quello che mi succede e non so offrire un spiegazionerazionale. Probabilmente è una di quelle cose che appartiene all’irrazionale,oppure conservo ancora quella pulsione di stupore per le cose gigantesche che ètipica dei bambini e del gioco e potrebbe anche darsi che sia proprio essa acombinarsi con la scultura. Posso solo descrivere quello che mi succede e direche mi prende un principio di piacere particolare, quando ho a che fare congrandi masse. L’unica cosa che posso dire con coscienza è che un’impresa cosìcontiene una sfida proibitiva ed è proprio questo senso che esercita su di meuna fascinazione particolare. Tuttavia bisogna precisare, in fatto didimensioni, che molte sculture hanno una struttura normale e tante altre sonopiccole. La linea scultorea, ad esempio, sulla quale sto lavorando di recentesi compone di opere dalle dimensioni medie. E anche quando, nella stessa linea,compaiono delle sculture di proporzioni molto più grandi, esse non hanno più ilsenso di quel monumentalismo che tu richiamavi nella domanda. Attualmente sonointeressato, nel mio lavoro, da figure che emanano tristezza e non forza.   

11.Domanda: I tuoi figli apprezzanoquesta tua attività? Che rapporto hanno con l’arte? 
Risposta: Sì, sì, certo, l’apprezzano molto, la seguono e dannoanche dei suggerimenti interessanti. Qualche volta mi sembra che sianocoinvolti emotivamente nell’attività del Laboratorio e io debbo ammettere cheinsisto su questo. Ho quattro figli che hanno tutti una certa passione per learti, vedremo come ognuno di loro svilupperà questo sentimento. Non basta,infatti, avere talento per qualcosa, occorre poi coltivarlo e saperlo fare confatica, sacrifici e tanta ricerca e studio. Questo lo dico sempre ai mieifigli, ma anche ai miei allievi, a coloro che partecipano nel mio Laboratorio atirocini formativi, pure brevi. Nella mia casa, l’arte ha un ruolo fondamentalee loro respirano quest’aria, si formano in questa atmosfera. Non mi meravigliodella loro passione.  

12. Domanda: Scultura e pittura possonoessere attività psico-terapeutiche o comunque avere risvolti di questa natura?  
Risposta: Certo, sicuramente sì. L’ho detto anche prima. Illavoro individuale in Laboratorio impegna il corpo, ma anche la mente e lapsiche. Quando queste tre componenti sono in azione l’io è in equilibrio,avverte dentro di sé un senso di sicurezza e di stabilità. L’arte ti aiuta atirare fuori quello che hai dentro e questo processo che estrinseca il flussomarcio che ti tormenta, ti dà pace. Qui si sono trovati molto benetossicodipendenti, disadattati, migranti, diversamente abili, depressi e tantiragazzi deviati. Il Laboratorio ricostruisce la persona e la proietta versoiniziative individuali e autonome, una volta che sono stati appresi i primirudimenti del mestiere. Quando questa ripresa si consolida in un’abitudine, sipuò dire che si sta rafforzando nell’io una volontà alternativa rispetto alleproprie deviazioni. Naturalmente, voglio precisare che  non sempre il Laboratorio-terapia funziona,tuttavia ho potuto osservare, per esperienza diretta, che spesso riesce acogliere un obiettivo riabilitativo. Le istituzioni sottovalutano molto questepossibilità.  

13.Domanda: A proposito di quest’ultimaosservazione, che rapporto hai con le istituzioni, gli uomini politici, ipartiti?  
Risposta: Bisogna tener conto che gli artisti (credo moltiartisti, non certo tutti) sono completamente diversi dal potere, ma con ilpotere e con chi lo rappresenta devono comunque avere a che fare. Ci sonoquelli che, strada facendo, ne diventano servi fino al punto di modificaregeneticamente i principi basilari della propria arte, ce ne sono altri, invece,per la verità pochi, che conservano la loro diversità fino a viverla come unavera e propria antinomia tra arte e potere. Istituzioni, politici e partitisono potere o nel senso che ce l’hanno già o nel senso che si organizzano perpoterlo conquistare. Io mi sento distante dal potere, ne sono geneticamenterefrattario, posso nutrire qualche sporadica simpatia per chi non è ancorapotere. In realtà mi considero un anarchico, non ho appartenenze e la miaanarchia, tuttavia, è più un istinto di vita che una militanza. Ovviamente comeartigiano e come artista, devo avere a che fare con la classe dirigente. Siachiaro: rapporti corretti e non mi faccio mai reclutare per suonare il pifferoa tizio o a caio. Questo non significa che voglio vivere romanticamente comeemarginato e in solitudine. L’arte non è solitudine, ma socializzazione. A mepiace sempre essere tra le persone, anche quelle che si occupano di politica.Nella mia carriera non sono mancate le collaborazioni con Municipi, istituzionie politici, ma sono state sempre corrette perché ben impostate sin dall’inizio.Una trentina di monumenti, da me eseguiti, sono esposti in vari paesi delSalento e non soltanto. Si tratta di Cristo in croce, acquasantiere, arredisacri e tanto altro ancora. Insomma io vivo distante dalla politica, ma nonvorrei essere frainteso e dare l’impressione che io odio tutti coloro che fannopolitica per principio, in base ad un sentimento oggi molto diffuso che vienepraticato come un odio anti-casta. Io non aderisco a questo sentimento, mi paresommario e giustizialista. Ho conosciuto politici in gamba e per bene.Purtroppo sono pochi. Questo sì. 

14. Domanda: Credo che la Chiesa sia committente dialcuni lavori. Che rapporto hai con la Chiesa? 
Risposta: Buoni, direi ottimi. C’è molta cooperazione con leautorità ecclesiastiche. Lo faccio volentieri perché credo di avere anche unrapporto eccezionale con Dio e con Cristo. Per me, il Dio del cattolicesimocostituisce la soluzione per molte le cose, la risposta spirituale ad ognidomanda. Nella mia scultura la lotta tra il bene e il male è violenta e digrande tensione. Solo il senso di Dio la sovrasta nella nostra scelta chepossiamo, liberamente, compiere per l’affermazione del bene, ma questo nonsignifica che il bene trionfa davvero. Anzi la terra è pervasa dal male,ovunque. E dobbiamo rendercene conto. Sì, la Chiesa mi ha commissionato molte opere sacre. Eper me è stato un onore. Un momento molto emozionante e indimenticabile, nellamia vita, è stato il regalo di un Cristo crocefisso in noce che ho fatto alpapa Giovanni Paolo II, in occasione della sua venuta a Lecce. La mia fede,tuttavia, non è rituale e particolarmente ortodossa. Il mio spirito anarchico èprobabile che ne contamini delle parti sul piano della dottrina e su quello deidoveri. Ma, nonostante questo, io sento la mia fede come molto profonda. Certola pratico a modo mio e, tuttavia, qualche volta, di fronte alle vicissitudinidella vita, non nego che mi faccio prendere dallo scetticismo.  

15.Domanda: Quale ruolo ha l’arte sacranella tua attività?  
Risposta: E’ centrale sia per l’ispirazione che per i temi chetratto in un certo numero di opere. Direi in molte mie opere. La vicenda diGesù Cristo e della croce è molto simbolica, come pure la figura della Madonnache richiama molto la figura materna, tipica delle culture mediterranee. Hofatto il ritratto a Monsignor Ruppi e sono stato selezionato, per questo, tra duecentoartisti. A parte questa circostanza, io mi ispiro molto alla vicenda cristianaperché parecchi dilemmi dell’esistenza umana, a mio avviso, trovano spiegazionenella parola di Gesù Cristo. La vita è una lotta tra il bene e il male e ilcristianesimo mi aiuta a combattere il male. E il male è ovunque, non comeentità astratta, bensì come ingiustizia sociale, come razzismo, come guerra,come disastro ambientale, come corruzione e come stupro. Sono molto interessatoalla figura della Madonna, la donna-madre che si fa carico di noi e del doloreuniversale. Il fatto è che, quando la presenza del male nel mondo si fa semprepiù minacciosa ed estesa (e i fatti sono tantissimi ad attestarcelo), lecertezze cominciano a barcollare. Io confesso la mia fragilità anche di frontealla fede.   

16. Domanda: Dammi adesso una rispostasincera: tutto questo che hai intorno, le opere, il Laboratorio, icollaboratori, la tua immersione totale nell’arte, la vita che conducisarebbero stati possibili senza Anna Maria, tua moglie?  
Risposta: In questo processo di vita e di arte non siamo duepersone, siamo una sola persona.  

17.Domanda: L’astrattismo in pittura enella scultura: che significato gli attribuisci? 
Risposta: L’astrattismo, che risulta essere la gran parte dellaproduzione artistica contemporanea, non è altro che l’arte senza l’idea delbello e della forma costruita. In tanti casi questa linea è pura imitazione emanierismo e a me non piace. Ma in tanti altri casi anche quella mancanza dibellezza e quelle forme decostruite vogliono essere espressive del caos cheregna nel mondo della globalizzazione e del disordine traumatico che talvoltasembra che abbia preso il sopravvento su ogni misura. Opere di questo tipo,anche se astrattiste, sono valide e interessanti. Insomma l’informe non ènecessariamente anti-artistico e persino la non-bellezza può essereparticolarmente bella. Talvolta, c’è un’energia anarchica, che l’artista nonriesca contenere e ordinare, un’energia che può essere rabbia, ribellione,reazione inconscia, spirito distruttivo e, persino, follia di fronte ad unmondo ottuso, ingiusto e alienato. Non ci dobbiamo stupire se questo uragano dienergia si esprima in immagini che ripudiano la linea, la forma, il concettochiaro, l’evidenza di ciò che è rappresentato, la bellezza plastica secondoquello che può essere un canone tradizionale.  

18. Domanda: Poco fa hai parlato delle opere che stai curandoattualmente. Vuoi spiegare meglio questi nuovi interessi? 
Risposta: Ora sto lavorando ad alcune figure umane che appaiononascoste, direi occultate, senza corpo, senza faccia, senza mani, avvolte in unindumento monacale che sembra, quasi, le faccia sparire nell’inconsistenza.Questa tendenza ho l’impressione, però, che sia molto diversa da tante altreopere in cui il soggetto era ben definito e pieno e anche la lotta tra iprincipi contrapposti del bene e del male ben chiara. Adesso l’atmosfera che mipersuade di più è quella della resa e della sconfitta del soggetto. Sento chec’è in queste opere un profondo pessimismo, come se insomma non c’è più niente dafare per aggiustare le cose. Un tempo, lo ammetto, io avevo più fiducia e,anche nelle mie sculture, questo messaggio positivo si poteva cogliere contrasparenza. Oggi la tristezza mi pare che sia il dato più evidente dellacondizione umana. Certo è da decenni che siamo, chi più chi meno, consapevolidei fallimenti dell’umano, del disincanto cui questo concetto e questa speranzaci hanno condannato, e allora abbiamo ripiegato sul cittadino. In molti si è pensatoche il cittadino avrebbe costruito la democrazia e risolto tanti problemi. Cosìnon è stato. Le mie sculture, quelle degli ultimi tempi, vogliono propriorappresentare la sconfitta sia dell’uomo che del cittadino. Le mie figure sono,attualmente, non-io, non-uomo, non-cittadino.   

19.Domanda: Come vuoi che sia questaintervista?  

Risposta: Un misto tra il mio e il tuo. Io lo spirito, tu lalingua.
 
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